18 – Portare il rapporto debito/Pil al 100 % in 3 anni
La crisi di fiducia nell’Italia sui mercati internazionali accresce i tassi d’interesse e il peso del debito, che si trasforma in maggiori tasse per tutti. Per alleggerire questo peso e ridare fiducia ai mercati dobbiamo riportare il rapporto tra il debito e il Pil al 100 % in tre anni. Questo puo’ essere fatto attraverso: i) privatizzazione imprese pubbliche; ii) privatizzazione municipalizzate; iii) alienazione di parte del patrimonio immobiliare dello Stato (il valore di mercato degli immobili di proprietà pubblica è di 380 miliardi; di questi sono ci sono immobili liberi per un valore di 42 miliardi di euro. Questi ultimi, essendo inutilizzati, possono essere venduti subito. Sul resto si veda quello che serve effettivamente al servizio pubblico e l’eccedenza sia liberata e venduta. Creazione di un fondo immobiliare che si occupi della valorizzazione degli asset). iiii) imposta sui grandi patrimoni. Non solo questo riduce il debito, ma elimina gli spazi per il clientelismo.

Commenti per 18 – Portare il rapporto debito/Pil al 100 % in 3 anni
il punto e' poco articolato non si capisce bene approfondire meglio cosa si intende per privatizzazioni e cosi' via
Mah! Sinceramente non capisco quelli che non vogliono vendere gli immobili pubblici con la scusa, fra le altre, del lasciarle in eredità ai posteri o semplicemnte per tenerle lì. Ai posteri lasciamo piuttosto un'economia più robusta, moderna e non ricattabile dai poteri forti, anche perchè in fondo quegli immobili sono stati fatti creando il debito quindi logica vorrebbe che siano due aspetti della stessa medaglia e come tali si possano affrontare. Non c'entrano nulla manco i referendum che riguardavano l'acqua (ed inmaniera piuttosto confusa) perchè se chiedevano se si potesse vendere vecchie caserme, i favorevoli erano i più. Sicuramente vanno venduti e non svenduti e vista la classe dirigente attuale (politici ed affini) i rischi sono alti, ma qui già sono stati proposti dei metodi validi e senza contare che se vi si abbinasse un divieto a livello nazionale (con eccezioni motivate) di consumare altro territorio, oltre a ridurre i rischi di danni vari tipo le alluvioni, gli immobili pubblici avrebbero un grande mercato come "riciclo". Di certo lo Stato smetetrebbe di spendere soldi per ristrutturare o conservare e non è poco. Cerchiamo anche noi di non scadere nel benaltrismo, per cui non facciamo nulla di sensato in attesa o in alternativa di altre soluzioni ritenute più ganze. Anzi, visto che molte case sono vecchie (gli immobiliristi usano il termine "tipiche" ma vuol solo dire vecchie e malestrutturate) costruite secondo vecchi criteri o in posti sbagliati, il "riciclo urbanistico" potrebbe essere una soluzione che se tutti abbassassero le pretese potrebbe essere positivo per tutti piuttosto che pretendere molto e non farne di nulla. Piuttosto lo Stato dovrebbe pure aggiungere una sorta di usucapione veloce (10 anni?) qualora certi terreni, immobili ecc, non fossero usati per tale periodo previo rimborso equo, così da eliminare molti campi incolti o edifici mezzi diroccati o non finiti per i più disparati motivi fra cui il menefreghismo. In questa maniera si stimolerebbe o un loro utilizzo privato o uno pubblico oltre a eliminare diversi rischi quali gli incendi o la trasformazione in luoghi insicuri. Sicuramente, però, non se servissero a farci l'ennesimo museo della piadina, del caciucco o della coppola
Mi sembra molto interessante. Come abbattere il debito pubblico e stimolare la crescita del Paese. pubblicata da Lorenzo Toglia il giorno lunedì 7 novembre 2011 alle ore 12.27 E' sconfortante assistere in questi giorni al dibattito sulla crisi economica. Ogni tanto qualche Solone accenna alla privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico per poi concludere che è difficile venderlo in poco tempo. Invece, come ho più volte fatto presente su FB, ma anche in vari altri interventi ed articoli, è possibile privatizzare il patrimonio immobiliare pubblico per una cifra vicina ai 500 miliardi di euro nel giro di 2 o 3 mesi, riducendo contestualmente il debito pubblico da 1900 miliardi a 1400. La cifra di 400/500 miliardi è stata quantificata in uno studio dell'Istituto Leoni e, im precedenza, altre ricerche (v. Kpgm) erano arrivate alla stessa conclusione. Pur tenendo in debita considerazione la necessità di mantenere nel Demanio quei cespiti pubblici necessari per tutelare i beni culturali e l’ambiente o d’interesse strategico per le funzioni statali, non è poi difficile individuarne quella parte che può essere privatizzata e versata in uno o più fondi immobiliari appositamente costituiti, direttamente o indirettamente, dal Tesoro. Un consorzio di collocamento e garanzia, costituito da un pool di banche potrebbe provvedere a collocare presso il pubblico le quote di tali fondi e versare il ricavato all’entrata del bilancio dello Stato. Si potrebbe addirittura prevedere semplicemente lo scambio di titoli di Stato contro quote del fondo immobiliare. Il tutto avverrebbe rapidamente, anche in considerazione della superiorità di un prodotto finanziario di grande sicurezza, poiché ancorato agli immobili, con eccezionali prospettive di plusvalenze, facilmente liquidabile, e quindi molto più attraente rispetto agli attuali prodotti finanziari presenti sul mercato mobiliare. Inoltre potrebbe rappresentare l’investimento ideale anche per i fondi pensione. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai si debba far ricorso a complicati strumenti finanziari per vendere gli immobili dello Stato. La risposta è che se si dovessero vendere all’asta, sarebbero pochi i compratori in grado di poter acquistare stabili di enorme cubatura e, conseguentemente, di prezzo elevato. Essi pertanto si coalizzerebbero per far andare deserte le aste fino a far crollare i prezzi. Inoltre, beneficerebbero soltanto loro dell’azione di valorizzazione degli immobili e le operazioni di vendita sarebbero molto lunghe, poiché immettere sul mercato contemporaneamente milioni di mq. deprimerebbe il livello dei prezzi. Con il fondo immobiliare invece ciò non avviene. L’Amministrazione finanziaria farebbe la propria valutazione, questa sarebbe controllata da periti indipendenti e l’immobile sarebbe conferito nel fondo al giusto prezzo. Con l’acquisto delle quote del fondo, inoltre, si consentirebbe anche ai piccoli risparmiatori di partecipare ad investimenti lucrosi finora riservati ai grandi finanzieri e immobiliaristi. Considerato che le operazioni di rilascio degli stabili occupati a vario titolo dalle Amministrazioni pubbliche richiede tempo, occorrerà prevedere la corresponsione di un canone di locazione al nuovo proprietario e dei termini certi di scadenza per la consegna. Nel frattempo la società di gestione del (o dei) fondo potrà concludere tutte le operazioni burocratiche per ottenere le nuove destinazioni d’uso, per l’approvazione dei progetti di ristrutturazione, le eventuali licenze commerciali per le attività programmate, ecc. in modo che, alla fine dell’iter, si potrà accertare una prima sua rivalutazione. Per ottenere ciò in tempi rapidi occorrerà dotarsi di procedure snelle, ma coinvolgenti e premianti verso le Regioni e gli enti locali che partecipano, nell’esercizio delle loro competenze, al procedimento amministrativo di valorizzazione, sia verso le Amministrazioni pubbliche che sono costrette a lasciare gli stabili in dotazione. In estrema sintesi si mettono gli immobili nel fondo, si vendono le quote ai risparmiatori o si scambiano con i titoli di Stato di più ravvicinata scadenza, lo Stato incassa il controvalore e si provvede, in un secondo tempo (ad es.: entro cinque/sette anni), a riconvertire i beni per finalità privatistiche, a ristrutturarli, insomma a rivalutarli. Il principale aspetto positivo e, direi, determinante in favore della proposta, che sommessamente si avanza, risiede nella rapidità dell’operazione che demanda poi alla società di gestione del fondo di risolvere le inevitabili difficoltà legate all’attività di rivalutazione. Peraltro, il ricorso al fondo d’investimento (questa volta mobiliare) potrebbe essere utilizzato anche per la cessione delle numerose partecipazioni azionarie che il Tesoro ha in portafoglio. In un momento in cui l’imprenditoria privata non ha mezzi finanziari adeguati, non sarebbe da scartare l’idea di sistemare le partecipazioni dello Stato in Enel, Eni, Finmeccanica, Poste, Sogei, Poligrafico, Fintecna, ecc. in uno o più fondi le cui quote vengano collocate sul mercato, ricavando dall’operazione almeno altri 150/200 miliardi di euro. Il ruolo chiave sulla vicenda verrebbe esercitato dalle società di gestione del risparmio che, per l’appunto, gestiscono i fondi di investimento. Tali società - in un primo momento controllate dal Tesoro - successivamente potrebbero essere cedute a gruppi finanziari privati ricavandone ulteriori significative entrate per lo Stato. L’operazione così prospettata darebbe la certezza di ridurre il debito pubblico di circa il 40%, allineandolo grosso modo ai parametri di Maastricht (60% del Pil) e consentirebbe di dare un forte impulso all’economia dovuto alla “liberazione” di circa 30 miliardi di euro all’anno (finora destinati al pagamento di interessi passivi) che possono consentire ampi ed articolati sgravi fiscali. Ma ancora più incisiva sarebbe la politica di espansione derivante dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare del fondo che genererebbe investimenti dell’ordine di 200 miliardi di euro nel giro di pochi anni, facendo uscire il nostro paese non solo dalla crisi congiunturale attuale, bensì dal trend di basso sviluppo che lo ha afflitto nell’ultimo ventennio. Infine si garantirebbe un ulteriore e permanente fattore di crescita dovuto alle nuove attività economiche (commerciali, industriali, turistiche, agricole e di servizi) derivanti dall'utilizzo dei predetti beni. 7 novembre 2011 • Già dirigente presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze Condividi A 3 persone piace questo elemento. 1 condivisione
non c'è altra strada che un'entrata straordinaria patrimoniale secca escludendo solo la prima casa e come ho detto nel precedente commento un controllo sui stipendi dei tantissimi dirigenti pubblici di ogni ordine e grado.aumentare la percentuale del precedente condono o scudo fiscale.